Care cittadine, cari cittadini,
ci sono giorni che entrano nella storia attraverso grandi eventi e altri attraverso gesti semplici.
Un piatto di pasta condiviso. Una tavola apparecchiata. Una comunità che si ritrova.
Il 25 luglio 1943, quando la famiglia Cervi offrì pasta asciutta a tutto il paese per celebrare la caduta del fascismo, non stava soltanto organizzando una festa. Stava lanciando un messaggio.
In quel piatto di pasta c’era il sapore della libertà ritrovata.
C’era l’idea che la democrazia non nasce nei palazzi, ma nelle persone. Nelle famiglie. Nelle piazze. Nelle comunità.
Ottantatré anni dopo, siamo qui perché quel gesto continua a parlarci.
Ci ricorda che nessuna libertà è davvero tale se resta privilegio di pochi. Ci ricorda che la democrazia vive soltanto quando viene condivisa. Quando ci riconosciamo gli uni negli altri. Quando comprendiamo che il destino di ciascuno è legato al destino di tutti.
Ed è proprio questa idea di partecipazione condivisa che ci accompagna anche nel ricordo di una ricorrenza importante.
Quest’anno ricorre l’ottantesimo anniversario del voto delle donne italiane.
Ottant’anni fa, milioni di donne attraversarono la soglia delle urne per la prima volta. Molte di loro avevano conosciuto la guerra, la povertà, le privazioni. Molte avevano sostenuto la Resistenza, mandato avanti le famiglie, custodito la speranza nei momenti più difficili.
Eppure, fino a quel momento, non avevano avuto il diritto di scegliere il futuro del proprio Paese.
Quando deposero la loro scheda nell’urna, compirono un gesto semplice.
Ma i gesti semplici, a volte, cambiano la storia.
Quella conquista non appartiene soltanto alle donne. Appartiene all’Italia intera. Perché ogni diritto conquistato da qualcuno rende più libera l’intera comunità.
Mentre ricordiamo quella pagina straordinaria della nostra storia, il nostro sguardo può spingersi oltre.
Può arrivare fino alla Costa d’Avorio, dove una donna di nome Marie Koré divenne simbolo di coraggio e dignità.
Se è vero che Félix Houphouët-Boigny è considerato il “padre della nazione” ivoriana, perché fu il fondatore del principale movimento politico che portò la Costa d’Avorio verso l’indipendenza e divenne il primo presidente del Paese nel 1960.
Un ruolo fondamentale fu svolto anche da molte donne, tra cui Marie Koré, una delle figure più importanti della resistenza anticoloniale ivoriana.
Militante del partito guidato da Houphouët-Boigny, partecipò alle proteste contro il dominio coloniale francese e guidò nel 1949 la celebre marcia delle donne di Grand-Bassam per chiedere la liberazione dei prigionieri politici.
Grazie al suo coraggio, è oggi ricordata come un’eroina nazionale della Costa d’Avorio.
In anni segnati dalla dominazione coloniale, Marie Koré e tante altre donne ebbero il coraggio di chiedere ciò che troppo spesso viene negato: giustizia, rappresentanza, rispetto.
Non avevano il potere delle istituzioni.
Non avevano la forza delle armi.
Avevano qualcosa di più difficile da spegnere: la convinzione che ogni essere umano meriti di essere libero.
La sua storia ci ricorda una verità essenziale: il desiderio di libertà non parla una sola lingua. Non appartiene a una sola nazione. Non conosce confini.
Nasce ovunque una persona si alzi in piedi e dica: anch’io conto. Anch’io ho una voce. Anch’io voglio partecipare.
E proprio qui emerge il filo che unisce queste storie apparentemente lontane.
Un filo che attraversa continenti e generazioni.
Un filo che collega la famiglia Cervi, le donne italiane del 1946 e Marie Koré.
È il filo della partecipazione.
La partecipazione di chi sceglie di non essere spettatore della storia.
La partecipazione di chi rifiuta l’indifferenza.
La partecipazione di chi comprende che la libertà non è un dono ricevuto una volta per sempre, ma una responsabilità da custodire ogni giorno.
Perché la democrazia cresce quando qualcuno trova il coraggio di prendere parola.
Cresce quando una donna conquista il diritto di votare.
Cresce quando un popolo conquista il diritto di decidere del proprio futuro.
Cresce quando una comunità si ritrova attorno alla stessa tavola e riconosce, nelle differenze, una comune umanità.
Ecco perché la pasta asciutta che condividiamo oggi è molto più di una tradizione.
È memoria.
È gratitudine.
È impegno.
È il ricordo di chi ci ha preceduto e ci ha consegnato una libertà che non possiamo dare per scontata.
È il richiamo a costruire una società in cui nessuno venga lasciato ai margini.
È la consapevolezza che la democrazia non vive soltanto nei libri di storia, ma nelle scelte quotidiane di ciascuno di noi.
Nel ricordare la famiglia Cervi, nel celebrare le donne che ottant’anni fa entrarono nelle urne italiane, nel rendere omaggio a Marie Koré e a tutte le donne che hanno lottato per la dignità e la libertà, riaffermiamo un principio semplice e potente:
la libertà ha valore quando viene condivisa.
La democrazia è forte quando include.
La speranza è reale quando diventa azione comune.
Che questa festa continui a essere ciò che è sempre stata: un momento di incontro, di memoria e di responsabilità.
Insieme.
Grazie, e buona Festa della Pastasciutta antifascista a tutte e a tutti.
Abdoulaye Condé – Segretario Generale A.I.R.E. – Associazione degli Ivoriani di Reggio Emilia






