Appuntamento venerdì 16 ottobre alle ore 17.30 al Salone delle Conferenze del Vescovado di via Vittorio Veneto l’associazione Scrittori Reggiani in collaborazione con l’associazione Shqiponja per la presentazione del libro “Mappa muta per gli annegati” di Arian Leka. Interverranno Clementina Santi presidente dell’Associazione Scrittori Reggiani e Haki Maze presidente dell’Associazione Shqiponja, l’autore del volume sarà in dialogo con lo scrittore Nazario D’Amato e il traduttore dell’opera Robert Shkurti. L’incontro vedrà la lettura di alcuni brani ad opera di Maria Teresa Pantani accompagnata dal flauto di Claudia Burlenghi.
Pietà per la nazione che indossa abiti che non ha tessuto /e mangia pane che non ha mietuto: con questi versi filosofici di Kahlil Gibran inizia Mappa muta per gli annegati (2019), raccolta poetica dell’autore albanese Arian Leka, un’opera complessa, dolorosa e profondamente umana che racconta la grande ondata migratoria albanese degli anni Novanta. La migrazione albanese diventa, nelle intenzioni del poeta, l’archetipo di tutte le migrazioni e la parabola dei naufraghi albanesi la parabola d’ogni uomo sulla Terra. Al centro di questa particolare tessitura poetica in cui la lingua asciutta della prosa si intreccia alla puntualità del linguaggio giornalistico, al rigore filologico del saggio e al potere evocativo dei riferimenti biblici, e la voce poetica è sempre voce corale, polifonica, c’è il mare che divide l’Albania dalle coste italiane. Arian Leka scrive per coloro che sono rimasti e per coloro che sono andati via, per chi è riuscito a raggiungere la costa e per chi è morto durante la traversata, per ieri e per oggi.
“Per comprendere il destino della mia patria, ho dovuto ricostruire, entro i confini del mio petto, uno spazio interiore di libertà abbastanza grande da contenere i due mari della civiltà da cui provengo – l’Adriatico e lo Ionio – due acque che si uniscono al Mediterraneo e si ricongiungono nel nostro antico Mare Nostrum, oggi tragicamente trasformato in Mare Mortuum. Lo stesso mare che per secoli ha unito Creta ad Alessandria, Roma ad Atene, Smirne a Delfi, Cartagine a Corinto, Costantinopoli a Trieste, Genova a Ragusa, Venezia a Epidamno-Dyrrachium, la città della mia nascita, così come innumerevoli altri porti, sparsi come perle sulle coste, collegati dallo stesso filo acquatico da cui provengono lingue, scambi, miti e memorie. Lo stesso mare continua a unire, ma attraverso i suoi abitanti sommersi: uomini, donne e bambini che salpano dalle loro coste per trovare, nelle acque del Nostro Mare, non un approdo, ma un sarcofago blu.”
La poesia e la prosa, la meditazione e la cronaca, le favole e le storie scritte da Arian Leka si fondono, tessendo un filo che attraversa l’antichità, il Medioevo, l’ultima epoca dell’Albania comunista e l’attuale. Al centro di questo paesaggio umano si erge una riflessione sul destino dell’Europa, sulla progressiva riduzione delle relazioni a meri scambi e sull’oblio che accompagna la nostra epoca. Mentre sulla terraferma si ergono recinzioni di filo spinato, il mare conserva il suo confine più oscuro: una vasta necropoli sommersa, in cui sprofondano non solo i corpi, ma anche la memoria e la coscienza di un’intera civiltà.






